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Sarò lì
Quando non ci sarò più
non cercarmi,
nel posto dei morti.
Cercami là,
per quella campagna
avara di carezze
in mezzo a spighe grasse
che io ho seminato per te.
Sarò lì.
Cercami in giro
sotto le stelle
ad ascoltare la canzone
di un usignolo che ha cantato
solo un mese in primavera,
per te.
Sarò lì.
Cercami lì,
dove l’acqua che cade dalla cascata,
tocca, ritocca, culla
una macchia di nontiscordadime
celesti e rosa,
che ho raccolto per te.
Sarò lì.
Cercami nel tuo cuore,
non tanto lontano.
Sarò lì,
con te.
Io non lo dimenticherò mai quel maledetto 29 settembre 1989.
E non certo per l’omonima canzone di Maurizio Vandelli.
E’ stato il giorno in cui ho provato per la prima volta il significato della parola dolore, forse il più grande della mia vita, metaforicamente parlando il giorno in cui ho smesso di essere una bambina.
Era l’autunno in cui frequentavo la seconda media, e quel giorno eravamo a casa da scuola per la sagra di S.Michele, patrono del paese, potete immaginare che felicità, !
Il cielo era plumbeo, ma l’aria relativamente calda, senza i freschi guizzi tipici dell’autunno.
Lui mi venne a svegliare come faceva sempre con delicatezza e con un sorriso, da quando ho capacità di ricordare.
Il nostro era un rapporto speciale.
Abitava in casa, un anziano quieto,tranquillo, dolce e buono.
Il nonno che tutti avremmo voluto avere.
Un uomo alto ed elegante, caratteristica strana per un agricoltore che aveva trascorso la vita nei campi, in questa malinconica campagna padana, prima che un infarto minasse la sua salute.
Il nonno che quando i miei erano al lavoro badava a me e Michela, che si prestava ad ogni mia richiesta di giochi piu assurdi, che da piccola mi portava a spasso al parco tenendomi per mano.
Il nonno che ogni domenica ci dava 1000 lire di mancia per compraci il gelato, e io mi intenerivo pensando che era un gesto proprio bello e non dovuto.
Il nonno che costringevo a cantare con me le sigle dei cartoni animati e che mi restava accanto se mi addormentavo sul suo letto, a vegliarmi.
Il nonno che, mi aveva promesso , avrebbe compiuto 100 anni, ma i cui meravigliosi occhi celesti tradivano un sentimento di nostalgia e malinconia, mentre si perdeva nei ricordi di gioventù, pensando ad amici visti morire uno dopo l’altro, e alla nonna che, morta giovane, nè io nè mia sorella conobbimo mai.
Quel 29 settembre si preparava per la sua quotidiana passeggiata pomeridiana.
Salutò me e mio padre mentre stava aprendo la porta del garage..ma d’improvviso girò su se stesso accasciandosi al suolo.
I suoi occhi si chiusero per sempre, il suo volto era sereno.
Un ictus, come fu 40 anni prima per la moglie, lo portò via da noi in un istante…per sempre.
E io pregavo che non fosse vero, mentre mi nascondevano l’accaduto e mi portarono a forza via dalla stanza e a dormire dagli zii, e io pregavo che il Signore me lo restituisse subito.
E continuavo a piangere, per quei giorni, quei tre lunghissiimi e interminabili giorni.Come ora.
Anche se forse chi aveva più motivo di farlo, e non lo fece tantissimo, era mio padre, rimasto solo al mondo e figlio unico.
E io pensavo a tutte le volte che stavo guardando la tv con aria stizzita gli chiedevo di non parlare , mentre magari passava lentamente lì davanti, solo per farci una carezza.
Pensavo a tutte le volte in cui , dandolo per scontato, avevamo fatto progetti sul “ti porto di qua , ti porto di là” memore della sua felicità il giorno in cui andammo in aeroporto a vedere il decollo degli aerei.
E pensavo che non volevo vedere tutte quelle persone in processione a casa mia per il rosario, non volevo vedere nessuno.
La cosa più terribile fu certamente l’ostensione della salma nel salotto di casa per tre giorni; anche 17 anni fa successse di venerdì.E i funerali nel week end non si officiano.
Avevo dodici anni e nessuna intenzione di entrare in casa, con il cadavere di mio nonno in quella camera mortuaria allestita per l’occasione.
Non riuscivo a guardarlo, avevo paura.
Lo feci solo il giorno delle esequie.
Prima che gli addetti delle pompe funebri chiudessero la bara, mi sono fatta forza, ho messo una foto sotto il cuscino e l’ho toccato.
Volevo essere io l’ultima a farlo, perchè non mi dimenticasse mai.
Come io non scorderò mai lui, perchè ve lo giuro, da allora non è passato un giorno uno, senza che il mio cuore torni anche solo per qualche istante a pensarlo.
La foto era questa….e lui ovviamente si chiamava Angelo..il mio caro Angelo.

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