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Non so per quale strana associazione di idee, ma il brain storming mi è sempre piaciuto, oggi ,ferma alle sbarre, nell’infinita attesa del transito di un convoglio diretto chissà dove, mi è sovvenuto forte e vivido un ricordo della mia infanzia che mi ha fatto sorridere con una certa nostalgia amara.
Mi rivedevo in quegli anni osceni che compongono il trittico delle medie, quelli in cui non s èi nè carne nè pesce, quelli in cui ero la più piccolina della classe, quelli in cui ti senti un pesce fuor d’acqua. ( sembra strano vero? Eppure la fase dello sviluppo l’ho vissuta relativamente tardi e tutta in un’unica soluzione : nel giro di un anno mi sono alzata di più di 10 centimetri e ho aumentato due taglie abbondanti di reggiseno.)
Ricordo come fosse ieri che quasi tutti in prima media si comprarono l’ambitissima mountain bike meglio nota con il nome di rampichino.
Questa bicicletta, per altro anche abbastanza scomoda, era entrata perpotentemente nei desideri di tutti noi preadolescenti; non so se qualcuno se li ricorda ma i primi modelli erano , cromaticamente parlando bicolore, bianco e…azzurro, verde , rosso ( i piu gettonati) ma anche viola (*_*) e nero, e il colore era dato a effetto spruzzo.
Chiesi, senza successo, quella bicicletta dalla quinta elementare alla terza media.
La biciletta era tutto per me al tempo, che vivevo una vita a dimensione di paese.
Mi piaceva essere autonoma e arrivare da sola ovunque nel raggio di alcuni kilometri, e la bici era indispensabile per spostarmi dalla scuola alla palestra, alla tensostruttura, alla pista di pattinaggio, a casa dei miei amici.
Solo che sfortuna volle, essendo sempre la secondogenita, che, oltre agli zaini scolastici e alcuni capi d’abbigliamento -quanto li odiavo!!!-,dovessi forzatamente ereditare da mia sorella anche la sua bici dismessa, mentre lei veleggiava felice pedalando sul classico velocipede da donna con cestino davanti e fronzoli vari.
Era una bici rossa, davvero ridicola, oltre che dalle proporzioni ormai piccole per me.
Così, anche a costo di toccare con le punte dei piedi a terra a fatica, decisi di utilizzare quella di mia nonna, grande e grigia.
Mi ha servito fedelmente e portato ovunque per almeno dieci anni, c’ero davvero affezionata.
Ricordo perfettamente che per evitare di essere presa in giro dai miei compagni perchè me ne andavo in giro fiera con la mia carcassona ( che di certo almeno era più comoda delle rampichino, non costringendomi a posizioni innaturali con la colonna vertebrale ), li prevenni tutti buttandola ogni volta sul ridere con battute del tipo”ecco la mia rampichino“, “ho parcheggiato la mia rampichino” sorridendo scherzosa!
Ma in cuor mio non so cosa avrei dato per averla….
Ecco quella Giorgia, a vederla adesso, mi fa tanta tenerezza.
Chissà perchè oggi me la sono ricordata…..
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